La Corte di Cassazione, nella sentenza 14.10.2019 n. 42113, in relazione al reato di omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali, di cui nell’art. 2 co. 1-bis del DL 463/1983 convertito, ha precisato che:
– si tratta di una fattispecie connotata da una progressione criminosa nel cui ambito, superato il limite, le ulteriori omissioni consumate nel corso dello stesso anno si atteggiano a momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione coincide con la scadenza del termine previsto per versare l’ultima mensilità, ovvero, con la data del 16 gennaio dell’anno successivo. Di conseguenza, risponde del reato l’agente che dismetta la qualifica societaria da cui trae origine la qualifica di datore di lavoro ove l’importo complessivo delle ritenute non versate nell’anno fino al momento di cessazione della carica superi la soglia penale di 10.000 euro;
– la prova dell’integrazione può derivare dai modelli attestanti sia le retribuzioni corrisposte ai dipendenti, sia gli obblighi contributivi verso l’istituto previdenziale (modelli “DM 10”), sempre che in atti non vi siano risultanze contrarie. Tali documenti hanno natura ricognitiva della situazione debitoria del datore e la loro presentazione equivale all’attestazione di aver corrisposto le retribuzioni per cui sono stati omessi i contributi.

Fonte: Cass. pen. 14.10.2019 n. 42113 – Il Quotidiano del Commercialista del 15.10.2019 – “Può rispondere di omesse ritenute il datore che ha dismesso la carica societaria” – Comellini

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